Plusdotazione: la complessità emotiva e l’approccio a scuola

Li chiamano geni. Bambine e bambini con un quoziente intellettivo di gran lunga sopra la media (oltre i 130). Il cinque per cento degli studenti, secondo le statistiche. Sono i cosiddetti ‘gifted’ o ‘plusdotati’.

Ma cosa significa ‘essere plusdotati’? Non semplicemente “bravi a scuola”. Al contrario, la plusdotazione è una complessità cognitiva ed emotiva che si manifesta in modi infinitamente diversi. Ogni individuo è un universo a sé: il contesto familiare, l’ambiente scolastico e la sensibilità personale modellano la crescita di ciascuno. Accanto a un potenziale straordinario, convivono spesso fragilità molto profonde.

Riconoscere la plusdotazione non è semplice. Spesso i segnali vengono confusi con ADHD, DSA, autismo o persino gravi disabilità. Per questo motivo è fondamentale una valutazione precoce che permette di fornire alla persona gli strumenti giusti ed evitare che il proprio talento diventi un peso o una fonte di disagio.

L’approccio della Fondazione Roma Litorale.

L’approccio è solitamente quello cognitivo-comportamentale, che interviene sui pensieri e sui processi mentali per lavorare sui vissuti emotivi e sulle conseguenti risposte comportamentali.

Il percorso si concentra soprattutto su:

  1. Gestione delle emozioni: riduzione di dinamiche legate a perfezionismo e competitività, che spesso emergono nei ragazzi gifted.
  2. Relazioni sociali: miglioramento del rapporto con i pari e della socializzazione.
  3. Tolleranza alla frustrazione: accettazione della sconfitta e dell’errore, anche attraverso attività ludiche o competitive che aiutano a sviluppare reazioni più funzionali agli insuccessi.

L’ambito scolastico

Anche l’ambito scolastico è centrale: il lavoro coinvolge direttamente gli insegnanti, sia per prevenire l’emergere di queste dinamiche, sia per gestirne l’impatto sul benessere e sulla socialità dell’alunno.

Da fuori, la plusdotazione viene spesso vista come un semplice “vantaggio”. In realtà, si associa frequentemente a vulnerabilità emotive, difficoltà relazionali e a una forte pressione interna.

Il nostro ruolo in questo percorso non è quello di “normalizzare” i ragazzi, ma di aiutarli a sviluppare gli strumenti utili per vivere le proprie caratteristiche in modo equilibrato e sereno.

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