Essere mamma di un bimbo plusdotato

Emanuele Giuseppe è nato nell’estate del 2015. Il suo nome significa “Dio è con noi”. La prima espressione che ricordo di lui è un sorriso. Sorrideva alla vita. Al Mondo che lo stavo accogliendo.

Quel Mondo che a due anni e pochi mesi fissava nel mappamondo interattivo che gli avevamo regalato e sul quale indicava i singoli stati, anche i più remoti, recitando le capitali di ognuno.

Ogni mattina si svegliava con una domanda sulle labbra: quale fosse la capitale del Suriname o del Lesotho, o di altri territori che erano sfuggiti alla sua analisi.

Plusdotazione e scuola

Emanuele cresce e impara a leggere e scrivere nel giro di dieci giorni dall’inizio della prima elementare. Il fuoco che ha dentro matura, troppo in fretta, esonda come un fiume dagli argini di una piccola anima di cinque anni. Divampa. Emanuele si contiene. A scuola è molto educato, alza la mano, dice che sa già come si fanno le moltiplicazioni, le addizioni a quattro cifre a mente, basta scomporre gli addendi, che ha studiato cosa sia il googolplex.

Nessuno però lo capisce. Emanuele si scusa se a scuola gli viene in mente qualcosa e ha l’impulso di dirla. Non la dice. Non vuole esibirsi di fronte ai compagni, e comunque non lo farebbe per apparire. Non che gli dispiaccia apparire, ma meglio tacere. Comincia a distrarsi. Comincia ad aver paura, a bagnare il letto, a scoraggiarsi. Non si riconosce. E il fuoco lo brucia.

Una mente che viaggia più veloce delle altre

Riflette sulla vita e la morte. Il concetto di infinito lo affascina, filosofeggia sulle rette: sono come i numeri, non hanno né inizio né fine, forse non esistono, sentenzia. Teme il momento in cui il Sole diverrà una gigante rossa, piange con terrore pensando alla morte termica dell’Universo tra miliardi di miliardi di anni, o alla morte di Dio.

Impara in mezz’ora l’alfabeto greco, lo riscrive senza guardare la pagina del libro e chiede di conoscere le declinazioni e alcuni verbi latini per iniziare a tradurre dopo poco frasi in italiano. Vox clamantis in deserto, voce di uno che grida nel deserto. È la nostra, è la sua, è quella di tutti i bambini come lui. È un cuore che pulsa ostinato. Nonostante tutto.

Perché gli altri non mi capiscono

Capisce troppo Emanuele, ma non tutto. Non capisce perché gli altri non lo capiscono. Gli sfugge qualcosa del piccolo ma immenso mistero di sé, nessuno glielo ha ancora svelato. A volte i pensieri sono troppo rapidi per restare concentrato davanti a chi spiega. Fuggono verso i mondi lontani che costruisce come i Lego per adulti che adora; evadono in un altrove tutto suo, in un baleno, elaborando la realtà che i suoi occhi osservano e le risposte di noi adulti che cerca con voracità spasmodica. La curiosità è insaziabile. E adesso neanche noi capiamo. Abbiamo paura di sbagliare.

La plusdotazione

Nel 2021, a due anni di età, il fratello minore di Emanuele, Daniele Francesco, inizia un percorso di neuropsicomotricità. Ironia della sorte, parlava troppo poco. Preferiva il silenzio alle infinite parole del primogenito. Lasciava che fosse solo lui a inondarci di discorsi. Immagazzinava il mondo a modo suo, un modo a noi ignoto. Seppur particolare, noi conoscevamo quello del fratello e basta.

Per puro caso, lungo la nostra strada incontrammo la Fondazione Roma Litorale che cominciò a bussare alla porta socchiusa di Daniele. Nel frattempo, mentre quel passaggio si schiudeva, camminavamo da soli al fianco di Emanuele. Quando, un anno e mezzo dopo, ci fu svelata l’esistenza del profilo della plusdotazione, non sapevamo a chi affidarci per sottoporlo alla valutazione.

Una lucina si era accesa ma ancora vagavamo in una semioscurità, senza saper orientarci. Seppi, sempre per puro caso, che la stessa Fondazione Roma Litorale aveva intrapreso un progetto di ricerca e sostegno in favore di bambini e ragazzi plusdotati. Cattedrale nel deserto. Voci che gridano.

Non siamo soli. La consapevolezza di ora è un faro per noi e dunque per lui; e ci spinge altresì a gridare all’unisono con chi già gridava solo come noi, affinché anche tutti i passi futuri, suoi e dei ragazzi come lui, siano illuminati da luci di conoscenza.

Basta ignoranza, basta arroganza. Emanuele è figlio nostro sì ma è anche figlio di questa Italia che ricostruiva a due anni dicendo a se stesso “blavissimo”. Ha diritto che il suo Paese faccia altrettanto, che, pezzo dopo pezzo, lo aiuti a realizzare il puzzle della sua vita, preparando a capirlo e incoraggiarlo coloro che incontrerà lungo il cammino. Affinché ciò che possiede prenda vita, per se stesso e per tutti noi.

Francesca Saveria Chindamo, mamma

 

Bambini plusdotati. Le famiglie: “Non lasciateci sole”

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