
I piccoli plusdotati di Roma emarginati dalla scuola
Sono bambini con capacità cognitive superiori alla media, ma che spesso trovano difficoltà a essere compresi da insegnanti e compagni di classe: ecco le loro storie. (di Giulia Argenti, RomaToday.it)
C’è chi a tre anni già conosce le capitali di tutti gli Stati del mondo, sa scrivere l’alfabeto greco e riflette sul concetto di infinito. Chi a 18 mesi fa operazioni matematiche molto complesse. E chi sa suonare ogni strumento musicale. Li chiamano “gifted” o plusdotati, sono bambini con capacità cognitive superiori alla media, che possono eccellere in varie aree intellettuali. Si calcola che in Italia rappresentino una percentuale che oscilla tra il 5 e l’8% della popolazione scolastica. E Roma, ovviamente, non fa eccezione. Ma la genialità di questi piccoli portenti spesso comporta il rischio di emarginazione, sia in classe che con i coetanei, come dimostrano le storie di numerose famiglie che si sono rivolte alla Fondazione Roma Litorale, ente che si occupa di oltre 400 bambini con disabilità intellettiva e fragilità, nella Capitale e in tutto il territorio nazionale, tra cui anche diversi bambini plusdotati. “Purtroppo, in molti casi, la scuola non riesce ancora a valorizzare questi studenti come dovrebbe”, spiega Stefano Galloni, direttore generale della fondazione.
Che cos’è la plusdotazione
Ma che cos’è, di preciso, la plusdotazione? E come si riconosce un bambino gifted? A spiegarlo è la dottoressa Deny Menghini, psicologa e psicoterapeuta, responsabile dell’Unità operativa semplice di Psicologia dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù. “La letteratura scientifica ci dice che bisogna tenere in considerazione tre aspetti – sottolinea la dottoressa -. Il primo, fondamentale, è il quoziente intellettivo superiore a 130, che viene rilevato attraverso un test cognitivo. Un altro aspetto è un alto livello di creatività e, infine, un impegno fuori dalla norma nel portare avanti determinate attività. Non è comunque detto che si manifestino sempre tutti e tre gli aspetti. Ogni bambino è diverso e anche generalizzare è sbagliato”. Così come è errato pensare che un quoziente intellettivo così alto comporti automaticamente un percorso scolastico eccellente: “L’intelligenza, che viene valutata attraverso i test cognitivi, da sola, non basta – continua Menghini -. Bisogna tener conto anche del temperamento del bambino e di fattori ambientali, come il contesto familiare o quello scolastico, che possono mediare il benessere del piccolo”. E qui si arriva ai problemi: “Se, ad esempio, le sue capacità non vengono comprese e valorizzate in famiglia, come in classe, il bambino potrebbe sentirsi a disagio e chiudersi in sé stesso”.
Un ambiente scolastico che non riesce a comprendere e a valorizzare al meglio le attitudini di un plusdotato, in particolare, può avere conseguenze molto serie sul suo sviluppo: “Il bambino – continua Menghini – può annoiarsi, perdere interesse verso le lezioni, ma in alcuni casi può arrivare anche a non raggiungere un buon profitto. Non solo: il fatto di non essere compreso e accettato dai coetanei può generare ansia e frustrazione, che si possono manifestare anche con sintomi come mal di pancia o mal di testa. L’ansia, in particolare, è un aspetto che si riscontra non di rado nei bambini con plusdotazione”. C’è da fare, poi una precisazione: essere plusdotati non vuol dire eccellere in tutto, come spiega Francesco Cesarino, direttore sanitario della Fondazione Roma Litorale: “Di solito un bambino plusdotato ha grandissime capacità in una determinata area, come ad esempio quella dell’arte, della musica o delle scienze”.
Dalle capitali del mondo all’alfabeto greco: storie di ordinaria genialità
La cartina tornasole di quanto spiegato dalla dottoressa Menghini sono le storie delle famiglie con bambini gifted che si sono rivolte alla Fondazione Roma Litorale per avere un supporto. Quel supporto che non hanno trovato nel sistema scolastico, a tal punto da essere stati costretti a spostare i piccoli da una scuola all’altra, oscillando tra pubblico e privato, alla disperata ricerca di docenti che sapessero comprendere i bisogni dei loro figli. Un esempio è la storia di Luca (il nome è di fantasia, perché i suoi genitori non vogliono che sia identificabile, ora che sperano di aver trovato la scuola adatta a lui): “A due anni ha imparato i capoluoghi delle regioni italiane ed è passato alle capitali – racconta la mamma – si divertiva a individuarle in un mappamondo interattivo, aveva memorizzato anche quelle degli stati più piccoli. E le ripeteva agli altri bambini, quando giocavano insieme in piscina, lasciando tutti esterrefatti, genitori compresi”.
La geografia solo l’inizio, Luca impara da solo l’alfabeto greco, è affascinato dall’etimologia latina delle parole e dal concetto di infinito. “La sua maestra del nido è stata l’unica a capirlo – sottolinea la mamma di Luca – e ad assecondarlo nelle sue attitudini”. Quando però Luca inizia la scuola materna, in un istituto privato, la luna di miele finisce. Iniziano incomprensioni, frustrazioni, malesseri. Un quadro che si complica ulteriormente a partire dalla prima elementare: Luca impara a leggere e a scrivere dopo dieci giorni, la sua sete di conoscenza è un fiume in piena, fa tante domande, interviene spesso. Ma il suo atteggiamento, invece di stimolare le insegnanti, da quanto racconta la mamma del bambino, sembra infastidirle: “Al primo colloquio, in seconda elementare, la maestra ci ha detto che si distraeva spesso e che era molto disattento”.
Questo anche il periodo in cui Luca inizia a mostrare segni di inquietudine che prima non si erano mai manifestati: “Ha cominciato a bagnare il letto, ad avere una paura fortissima del buio”. Anche in classe l’atteggiamento del piccolo cambia: non interviene più, non fa più domande, è sempre più chiuso in sé stesso. Tanto che i genitori decidono di spostarlo in un’altra scuola, privata. Qui il piccolo si confronta con una psicologa, che suggerisce di effettuare la valutazione per la plusdotazione. “Ora Luca sta meglio – racconta ancora la mamma – a settembre inizierà la terza elementare e speriamo che in questa nuova scuola, anche con l’aiuto della psicologa, le insegnanti sappiano capirlo meglio”. Sì, perché finora in poche ci sono riuscite e gli effetti di questa mancata comprensione, Luca li sente ancora su di sé: “Racconta spesso un episodio – spiega la mamma – che però mi ha rivelato solo dopo aver lasciato la vecchia scuola, una volta la maestra fece fare alla sua classe un esercizio, mostrando il procedimento da seguire per risolverlo. Mio figlio è arrivato rapidamente alla soluzione, ma seguendo un percorso tutto suo. La maestra gli ha risposto così: ‘Tu sei come una persona a cui si chiede di andare a raccogliere dei fiori e invece porta dei funghi’”.
Quando l’intelligenza diventa una prigione
La storia di Luca non è un caso isolato. A Roma sono diverse le storie di bambini con un’intelligenza fuori dal comune, ma che arrivano a diventare prigionieri della propria genialità. Come Mattias che a 18 mesi faceva operazioni matematiche molto complesse e a tre anni ha imparato a leggere e scrivere. Non si ferma mai, la sua mente è sempre in movimento. Tanto che anche per i genitori stare al suo passo è una fatica. “Le prime diagnosi furono confuse: autismo, adhd, disturbo del linguaggio e del comportamento. La nostra fortuna è stata trovare persone che ci hanno indirizzati a centri in grado di fare una vera diagnosi” spiega la mamma.
E, se l’adolescenza è un periodo complesso per tutti i ragazzi, lo è a maggior ragione per chi non si sente compreso dai propri coetanei, né dagli insegnanti. E le preoccupazioni dei genitori non fanno che aumentare. Lo racconta bene Milena, mamma di un ragazzo plusdotato di 14 anni che, a settembre, inizierà il liceo classico. Dopo essersi lasciato alle spalle un’esperienza delle scuole medie da dimenticare: “Mio figlio eccelle nella musica – spiega Milena – fin da piccolo sapeva suonare ogni strumento musicale e ne costruiva anche di suoi, da zero. A scuola però si annoiava, faceva confusione, l’anno scorso sono dovuta andare dal preside sette volte. In più ha avuto problemi con la professoressa di matematica che non conosceva bene la plusdotazione e credeva che mio figlio fosse una specie di genio in grado di eccellere in tutte le materie, non accettava che potesse andare male nella sua materia, lo incalzava sempre”.
Ma qualcuno che lo capisce, per fortuna, c’è: “L’unica a esserci riuscita è stata la docente di italiano, che aveva frequentato un corso sulla plusdotazione e, quindi, sapeva rapportarsi a lui, cercando di valorizzare al meglio le sue capacità. Speriamo di riuscire a trovare insegnanti così disponibili anche al liceo, la preoccupazione c’è”.
Un percorso ancora lungo
Nel 2019 il ministero dell’Istruzione ha inserito la plusdotazione nei Bes (Bisogni educativi speciali). Una sigla che racchiude dentro di sé tutta la complessa area dello svantaggio scolastico. E include tutti quegli studenti che, in classe, necessitano di attenzioni speciali. Ma secondo Stefano Galloni, direttore generale della Fondazione Roma Litorale, “le linee guida del ministero sulla plusdotazione sono ancora di difficile attuazione e, infatti, molte famiglie si rivolgono a noi proprio perché incontrano difficoltà a rapportarsi con le insegnanti dei propri figli”.
La fondazione si occupa di oltre 450 bambini con disabilità e, di recente, ha inaugurato anche uno sportello specializzato nella plusdotazione: “Seguiamo circa una quindicina di bambini nell’area della Città metropolitana di Roma – continua Galloni -. Purtroppo dal punto di vista della plusdotazione l’Italia è ancora molto indietro rispetto ad altri paesi. Ed è per questo che i bambini gifted e le loro famiglie continuano a incontrare difficoltà a scuola. Per valorizzare al meglio le capacità degli alunni con plusdotazione dovrebbe essere loro permesso di seguire dei percorsi specializzati nelle materie in cui eccellono. Come fondazione ci siamo anche messi a disposizione delle scuole per tenere dei corsi di formazione rivolto agli insegnanti, in modo che possano rapportarsi meglio agli studenti plusdotati e comprendere i loro bisogni. Alcuni istituti si sono dimostrati interessati e, con loro, partiremo a settembre”. E il direttore sanitario Cesarino aggiunge: “Purtroppo non c’è ancora un protocollo ben definito sulla plusdotazione ed è per questo che non viene subito riconosciuta, spesso si parla di disturbi dell’attenzione, autismo. La strada da fare è ancora molta”.
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