Plusdotazione. Essere genitori di un bambino ‘gifted’

Sono la mamma di un bambino di 5 anni a cui un paio di anni fa è stata “certificata” una plusdotazione cognitiva, con ritardo nel linguaggio espressivo.

L’asincronia tra la velocità del pensiero e quella del linguaggio lo portava, solo a scuola, a comportamenti “disfunzionali”. Dopo quasi un anno e mezzo di terapia, ha completamente colmato il suo gap linguistico, che è diventato oggi uno dei suoi punti di forza.

Le difficoltà quotidiane ci hanno portato, a settembre 2024, alla scelta di cambiare scuola dell’infanzia ed abbiamo trovato una dimensione adatta a lui, dove le sue caratteristiche sono ben accolte e valorizzate.

I bambini plusdotati e la scuola

Il percorso, va detto, non è stato semplice. A settembre 2022, ha iniziato una scuola dell’infanzia che credevamo fosse un’eccellenza nell’inclusione e nella didattica ma dopo poco più di un mese mi hanno convocato perché le insegnanti avevano difficoltà a gestirlo.

Avevamo da sempre notato una diversità nei suoi interessi, una predilezione per argomenti di natura scientifica come numeri, spazio, corpo umano, maggior attrazione per giochi con un meccanismo alla base da capire, smontare e rimontare, ma non ha mai avuto comportamenti disfunzionali in gruppo perché le sue figure di riferimento, sempre presenti, capivano le necessità e riuscivano ad anticipare le sue esigenze comunicative prima che si tramutassero in comportamenti “disfunzionali”.

La diagnosi di ‘plusdotazione’

Dopo la seconda convocazione, ad un mese di distanza dalla prima, in cui ci venivamo nuovamente segnalate problematiche, abbiamo deciso di fare una valutazione completa dello sviluppo del bambino. Aveva 3 anni e qualche mese quando abbiamo ricevuto la diagnosi completa. All’epoca parlava pochissimo ma aveva iniziato già a leggere tutte le lettere dell’alfabeto e alcune paroline nei cartelloni pubblicitari, a fare le somme e le sottrazioni (in italiano e inglese), conosceva tutti i pianeti del sistema solare, più alcune particolarità che neanche noi genitori conoscevamo (come la genesi della luna). Tutte queste nozioni le aveva imparate in autonomia dai video che vedeva, principalmente in lingua inglese.

Sapevamo che tutto questo non era normale per un bambino di poco più di 3 anni, ma non pensavamo creasse un problema a scuola; il problema invece è proprio nella scuola, in tutto il suo insieme, attualmente impreparata ad accogliere bambini ‘gifted’.

I due anni successivi alla diagnosi sono stati difficili. La terapia andava bene, la scuola però faceva fatica a collaborare e seguire le puntuali indicazioni ministeriali sull’argomento. Abbiamo provato a farci parte attiva organizzando anche un incontro con la neuropsichiatra con l’obiettivo di fornire utili suggerimenti per la gestione quotidiana ma questo impegno non ha dato alcun frutto.

Il cambio di istituto

Abbiamo così deciso di cambiare scuola, vagliando una decina di soluzioni alternative tra scuole pubbliche, paritarie e private, fino a quando abbiamo trovato una scuola pubblica con maestre illuminate, preparate, motivate ed accoglienti. Oggi abbiamo un PEI molto dettagliato e le riunioni congiunte tra terapiste e maestre puntualmente pianificate per tutto l’anno scolastico. Pensiamo di essere in buone mani e che continueremo in questa scuola anche per la primaria.

Nostro figlio fa passi da gigante, ha ancora i suoi “interessi assorbenti” ma si sta aprendo a nuovi argomenti e soprattutto racconta, parla, si esprime, cerca la compagnia anche dei pari, si preoccupa delle emozioni degli altri, riconosce le proprie e sta imparando a gestirle, rientra dalle frustrazioni, gestisce molto bene anche i momenti di noia.

Essere genitori di un bimbo ‘gifted’

Le emozioni che hanno accompagnato questo percorso sono state fortissime e hanno impattato tutta la famiglia. Inizialmente eravamo piacevolmente stupiti dalla sua velocità di pensiero e ragionamento, dalla sua ironia, dal fatto che si trovasse bene in compagnia degli adulti e dei bambini più grandi in generale, e trascuravamo il linguaggio, giustificandolo con “imparerà come tutti”, “non parla bene ma sa leggere e fare le operazioni matematiche”.

Ignoravamo cosa fosse la plusdotazione e che combinato con il ritardo del linguaggio, in un ambiente poco incline ad accogliere la “diversità”, potesse innescare dei meccanismi tanto problematici. Abbiamo pianto, passato notti insonni nell’attesa dei risultati dei test, nella speranza di trovare, nel parere degli esperti, una spiegazione a tutti quei comportamenti a cui non davamo una risposta. Con la diagnosi, abbiamo iniziato il vero percorso verso una crescita sana e serena, come genitori, come famiglia. A distanza di due anni, grazie all’acquisita capacità di comunicare e alla sua ottima memoria, mi ha raccontato cosa succedeva nella vecchia scuola e mi racconta nel dettaglio cosa succede ora nella nuova; ha fatto tante comparazioni sul comportamento delle maestre, ha raccontato i suoi stati d’animo, forse non aspettava altro che “farsi capire, sentirsi accettato”, come un fiume in piena, mi ha raccontato tutto.

Oggi lo guardiamo, quasi un ometto, senza alcuna paura di essere se stesso, d’indossare gli occhiali perché vede meglio, l’unico con il grembiule arancione, felice con la sua estrema curiosità, ogni mattina mi dice che non vede l’ora di andare a scuola e di fare il post scuola in cui incontra anche i bambini delle altre classi, che per andare a fare ginnastica passa nella primaria in cui c’è un’aula di scienze in cui c’è un sistema solare in cui c’è ancora Plutone… corre per entrare la mattina e si lamenta se lo vado a prendere mezz’ora prima.

“Il percorso è ancora lungo”

Il percorso è lungo e molto probabilmente ci saranno battute d’arresto e ripartenze ma quello che mi auguro è che lo Stato si renda conto che i plusdotati, i “gifted”, esistono e meritano pari dignità.

I dati di settore dicono che, considerando insieme i plusdotati e gli alto potenziali rappresentano circa l’8% della popolazione studentesca, in altre parole, ne esiste statisticamente uno per ogni classe di ogni ordine e grado, in una classe da 25 alunni. Non è prevista alcuna formazione obbligatoria, non ci sono linee guida ufficiali, il riconoscimento e la gestione nonché la formazione del corpo docente sono lasciate al buonsenso e alla lungimiranza dei singoli. I genitori dei ragazzi plusdotati, soprattutto i più grandi, la cui diagnosi arriva in età più avanzata, sono lasciati da soli a fronteggiare i problemi dei figli e la mancanza di accoglienza e preparazione del sistema scolastico.

Non serve nemmeno chissà quale studio, basterebbe guardare e “copiare” il modello UK della gestione dei gifted che attua delle politiche ben bilanciate tra inclusione e rafforzamento del potenziale di questi ragazzi. C’è un disegno di legge in discussione al Senato, arenato per motivi finanziari, che parla solo di una sperimentazione triennale. Nonostante ci sia un ritardo di almeno vent’anni nell’affrontare questa realtà, ci accontenteremmo anche solo che questa sperimentazione vada in porto. Attendiamo, non ci arrendiamo, lo dobbiamo ai nostri ragazzi speciali, così potenti e così fragili allo stesso tempo.

In ogni classe c’è almeno uno studente plusdotato

 

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